Muti con i Wiener: superstar a Klagenfurt
Un grande omaggio al repertorio italiano con Verdi, Respighi, Busoni
KLAGENFURT Johannes Brahms, Gustav Mahler, Hugo Wolf, Alban Berg e Anton von Webern scelsero la Carinzia per trascorrervi periodi di vacanza più o meno lunghi e proficui: nella quiete verdeazzurra del Wörthersee, dove «le melodie aleggiavano nell'aria», nacquero numerosi capolavori e la Gustav-Mahler-Vereinigung, che cura la manutenzione della capanna-rifugio del compositore boemo, ha voluto riunire i cinque ospiti illustri in un festival musicale. Per il terzo anno consecutivo, la presidentessa della Società nonché direttrice artistica della manifestazione Elena Denisova, ha costruito un programma con proposte intelligenti e originali: dopo l'inaugurazione con la Sesta di Mahler, la giornata di Anton von Webern è stata impreziosita dalla prima esecuzione del «Lied von Hohen Bergen», lavoro commissionato dal Festival ad Alfred Stingl, mentre la terza serata ruotava intorno ad Alban Berg. Le due serate conclusive erano dedicate rispettivamente a Hugo Wolf e Johannes Brahms: il sottotitolo «Le lacerazioni dell'anima» incorniciava il Concerto per violino in La Maggiore op.101 di Max Reger e il Quartetto per archi in re minore di Hugo Wolf, presentati in versioni meno frequentate. L'arrangiamento di Rudolf Kolish riduceva la partitura di Reger a un organico cameristico per cinque archi, quattro fiati e pianoforte, lasciandone intatte tanto la lunghezza quanto le difficoltà della parte solistica, affrontata con piglio e autorevolezza dalla violinista Elena Denisova. Il dialogo con l'ensemble Europasymphony era abilmente condotto da Wolfgang Gröhs, autore di un azzardata rilettura del quartetto di Wolf: nemmeno Mahler riuscì, in un’analoga operazione, ad aggiungere bellezza allo schubertiano «Der Tod und das Mädchen», rimane pertanto dubbia l'opportunità di manipolare composizioni calibrate sul delicato equilibrio quartettistico. La serata conclusiva ha riunito nell'ampia Wörtherseehalle del comprensorio fieristico di Klagenfurt un pubblico di duemila persone, facendo registrare un tutto esaurito facilmente pronosticabile. La presenza dei Wiener Philharmoniker diretti da Riccardo Muti è stata indubbiamente l'evento clou del Festival, anche se il nome di Johannes Brahms è parso poco più di un pretesto per aprire il programma con la festosa Ouverture Accademica in do minore op.80. Il maestro italiano, in forma smagliante, ha voluto proseguire la sua coerente battaglia per la valorizzazione del repertorio sinfonico italiano che cercava di emanciparsi dalla monocultura operistica: con la complice alleanza dei Wiener, le non sublimi musiche del balletto «Le quattro stagioni», espunto dai Vespri Siciliani, hanno acquistato inusitata nobiltà: con il clarinetto nelle vesti di étoile danzante e l'umbratile fraseggio dell'oboe, la lettura leggiadra e amorevolmente ironica dell'amato Verdi ha offerto momenti di rara gradevolezza. Una conferma della raffinatezza di Ferruccio Busoni l'esecuzione della Suite sinfonica op.41 dalla Turandot: cineserie finemente cesellate, impasti timbrici dosati con gusto supremo che sfidavano l'acustica non propriamente ideale della grande sala, i virtuosismi e l'elegante fraseggio dei Wiener hanno siglato un'interpretazione che illuminava la genialità della partitura busoniana. Sembravano un po' spiazzanti, i ritratti dei cinque compositori-guida del festival, accomunati da una malinconia nordico-lacustre, allo scoppiare delle fragorose Feste Romane di Ottorino Respighi: spazio alla solarità mediterranea, a un'estetica un po' trionfalistica e ridondante di cui Muti sa esaltare gli aspetti positivi, evitando qualsiasi accenno di volgarità. Gesto imperioso che si piega a squarci lirici, agogica libera ma coerente che conduce la poderosa compagine all'applauso trionfale: ovazioni pienamente meritate, omaggio al maestro dal governatore Haider, bis generosamente concesso con un altro omaggio al sinfonismo italiano nel nome di Giuseppe Martucci, meritevole anche per aver introdotto Brahms al pubblico italiano di fine Ottocento. Katja Kralj